Il Primo Re. Impressioni di un archeologo.

locandina-verHo visto “Il Primo Re” al cinema. Da archeologo lo aspettavo da parecchio tempo, e l’attesa è stata ripagata in toto. Matteo Rovere ha portato nelle sale italiane qualcosa di un livello così alto a cui, francamente, non siamo abituati. Talmente è un unicum questo film, per potenza visiva, contenuto, ricostruzione storica, scenografia e chi più ne ha più ne metta, che quasi certamente non sarà apprezzato dal grande pubblico come merita. (Spero ovviamente di sbagliarmi).

Vedendo il film e le interviste rilasciate dal regista, possiamo notare come alla base di quest’opera ci sia una precisa e ben fatta ricerca archeologica e delle fonti, il che ha portato sul grande schermo una ricostruzione che, non mi faccio problemi a dirlo, è pressoché perfetta, con solo qualche sbavatura. C’è la ricostruzione della storia, che però è più corretto definire più mito. Questo, sicuramente, i colleghi archeologi a cui si è rivolto Rovere, lo hanno sottolineato in maniera marcata. Quello che vediamo ne Il Primo Re non è la fondazione di Roma.

Ma andiamo per gradi.

La storia di Roma è narrata in molte fonti antiche, da Varrone a Tito Livio, che raccontano differenti versioni, tutte che partono più o meno dal famoso atto fondativo, dal solco primigenio che fece Romolo. Qui possiamo evidenziare già due cose importanti che è bene sapere prima di vedere il film: la prima è che ogni storiografo antico narrava i fatti secondo il vento politico e secondo l’intento che voleva ottenere, poiché la storia è anche propaganda, di conseguenza noi possiamo leggere diverse versioni della stessa storia, anche del mito; la seconda è il tempo. Si tende a credere che Roma e i romani non abbiamo miti alle loro spalle e che abbiano scopiazzato tutto dai Greci e dagli Italici. Questa affermazione è falsa, ma c’è una differenza. Per i Greci, il tempo “storico” inizia letteralmente quando Zeus si impone sui Titani e dà ordine al Mondo, inteso come l’intero Cosmo, non a caso κόσμος (kósmos) significa, appunto, ordine. Per i romani, e gli italici, il cosmo era più associato al caos ancestrale della Natura e loro facevano partire il loro tempo storico, la loro cronologia, la nascita della civiltà (per dare un’idea generale), all’atto fondativo di Romolo, ossia quando Romolo, scava il solco sacro delle mura e la fossa (il mundus) al centro (probabilmente) del Palatino, lì inizia la Storia di Roma. Prima c’era solo mito. Prima NON c’era la storia.

Il Primo Re è il mito pre-romano di Romolo e Remo. Mito che appunto riguarda due fratelli, figli di pastori. Ho letto diverse critiche in rete per i costumi troppo selvaggi, “come fossero nel neolitico”. Parliamo del VIII secolo a.C., l’Età del Bronzo è passata “relativamente” da poco, non c’erano le città per come le intendiamo oggi e le conoscenze di artigianato e metallurgia non erano così raffinate, come lo sarebbero state in futuro, o in altre zone d’Italia, in quel periodo. Gli uomini vivevano in piccolissimi villaggi di capanne di paglia e fango. Come indumenti avevano solo le pellicce e vesti semplicissime. Il vestiario migliore era solo appannaggio dei principi e della classe che comandava, e non è questo il caso, dato che si parla di due pastori Quindi nel vedere i fratelli, praticamente nudi, con solo le parti intime coperte e una pelliccia di pecora sulle spalle, è assolutamente verosimile. Così com’è verosimile tutto il resto, dalla ricostruzione di Alba, fino alla cerimonia per il fuoco sacro portato dalla Vestale (tra l’altro con una fotografia magnifica che appaga gli occhi).

il-primo-reMa c’è di più: la marcata differenza tra i due fratelli. Già la vediamo nella prima scena: Romolo prega, Remo con forza prende un agnello. Romolo è quello pio, religioso, calmo e pacato, intelligente e lungimirante. È lui che quando fuggono da Alba, vuole portarsi dietro il fuoco sacro e la vestale, come prima cosa. Remo è quello forte, quello sempre presente, ed descritto nel mito come il più veloce, il più silenzioso e abile, ma, sopratutto, Remo è il più sacrilego. Con questo si intende che Remo non era per niente avvezzo e interessato al sacro e al divino, cosa che per gli antichi era praticamente una blasfemia. Il film segue questo filone e fa vedere come sia Remo (interpretato magistralmente da Alessandro Borghi) quello forte, che si impone sul gruppo di fuggiaschi e, con questi, sul villaggio all’interno della foresta. Qui si vede anche un altro aspetto importantissimo del film, ricostruito benissimo, che però bisogna necessariamente conoscere: la differenza del concetto di regalità tra i due. Remo si impone come dominus, ossia come Signore, apostrofando i suoi seguaci come schiavi: significa io sono il capo e sono padrone delle vostre vite, voi non siete uomini liberi ma siete una mia proprietà. Tutto quello che succede nel villaggio è la manifestazione di questo concetto. Inoltre viene mostrata tutta la sua blasfemia e la sua totale indifferenza nei confronti di ciò che è sacro. foto-il-primo-re-5-low

Quando Romolo scopre ciò che ha fatto il fratello, nel villaggio, si comporta esattamente come l’uomo descritto nelle fonti e come l’uomo religioso e pio per eccellenza: ravviva il fuoco sacro, nomina una nuova vestale, seppellisce i defunti con tanto di cerimonia sacra e, quando viene investito capo, non si impone come dominus, ma come il primo tra gli uomini liberi (riprenderò questo concetto a breve).

La parte finale, sulle sponde del Tevere è bellissima ed è un crescendo costante. A livello di regia e fotografia la qualità si è conservata alta per tutta la durata del film, fino alla fine. Mi è piaciuto molto come sono stati ricostruiti e mostrati i combattimenti cruenti di quel periodo: non vediamo mosse strane, da film americano, ma fendenti e colpi di spada menati con violenza e ferocia, colpi a vuoto e combattimenti corpo a corpo veramente reali. L’inquadratura generale mostra magistralmente come sarebbe realmente apparsa la scena ad un probabile spettatore, con gruppi singoli di individui che combattono tra loro.

Arriviamo poi al fatidico scontro tra i due fratelli: Romolo è impegnato nel seppellire i morti nel circolo sacro e inviolabile, posto sotto la tutela del fuoco sacro tenuto dalla vestale. Remo si fa beffe di lui e, anzi, vuole imporsi su tutti come Signore e osa attraversare la linea sacra. Avviene il duello, Remo pare prevalere ma come sappiamo Romolo lo uccide. Nonostante ciò, traspare quanto amore fraterno ci fosse tra i due, ma anche quanta differenza. Nella scena finale, vediamo come il regista abbia voluto far capire agli spettatori che quello che abbiamo visto fino a quel momento non è, appunto la fondazione di Roma, ma è esattamente quello che, secondo la sua versione del mito, avviene prima: infatti non siamo sul Palatino ma sulla sponda del Tevere e  Romolo non ha fatto il solco sacro con i buoi. Quello verrà dopo. Quella è Storia, questo è mito.

Quando Romolo fonderà la città, essa è composta da uomini liberi, dai patres nominati da Romolo stesso, in quanto lui, come re, concede la terra, principale mezzo di sostentamento; due iugeri per l’esattezza (dal latino iugerum, a sua volta da iugum, cioè “giogo”, quello applicato ai buoi). Sono liberi proprio per questo gesto, per questa concessione di ciò che da la vita. Questa è “l’Eredità di Romolo” ed è da qui che inizia la Storia di Roma. Tutto questo, per i romani, è “cosmogonico”, nel senso che è fondante dell’ordine del mondo e dell’inizio della loro storia, rispetto al Caos primordiale e naturale. Non a caso, dopo la fondazione, sparisce Remo, completamente. Remo è sacrilego, è blasfemo, è tutto ciò che c’è prima della sacralità e dell’ordine di Romolo. Remo è mito, Romolo è storia.

Conoscere questo fatto serve, non solo ad apprezzare di più il film, a comprenderlo più a fondo, ma soprattutto a non cadere nell’errore di criticarlo per il fatto che non vi è alcuna fondazione di nessuna città. Lo dico perché, in primis stavo per cascarci io, in secundis perché come critica (che ho letto) è sbagliata: non è quello che il film vuole raccontare e, in quel caso sarebbe stato decisamente banale e scontato. Il regista fa qualcosa che in Italia non si era mai visto, un azzardo enorme, visto il risultato. Mette le mani in pasta a qualcosa di assolutamente particolare e difficile, lo plasma e lo rimodella, presentandoci un film che è un gioiello. Un livello così alto di scenografia, fotografia, sceneggiatura e ricerca storica non si era mai visto e, credo, non si vedrà più per un bel pezzo. Sorvolo poi sulla scelta di usare il proto-latino come lingua del film. Si commenta da sola e sarebbe da accompagnare con la GIF dei 90 minuti di applausi. In conclusione vi dico vedete il film, perché un capolavoro del genere non bisogna lasciarselo sfuggire.

Un sentito grazie alla mia Professoressa di Archeologia e alla mia compagna, le quali mi hanno regalato tanti spunti di riflessione!

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Fabio ha detto:

    Non capisco come un Archeologo si dimentichi completamente dell esistenza del popolo Etrusco alla radice della nascita di Roma.. incredibile ma vero i Romani ancora oggi nascondono le prove dell esistenza di questa Civiltà superiore a cui Roma deve tutto..

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    1. Nicolò Agresta ha detto:

      Caro Fabio parli proprio con un Etruscologo. Non mi sono dimenticato e so benissimo che sono stati importanti per lo sviluppo e la nascita di Roma. Ma dovrei fare una lezione lunghissima e non è questo l’obiettivo del mio blog. Parlando specificatamente del film posso dirti che i nomi di tutti i compagni dei fratelli sono etruschi, ma non è un aspetto influente all’interno della pellicola

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