Facciamo chiarezza archeologica sul Primo Re

Il mio articolo di ieri sul film Il Primo Re da una parte dei lettori è piaciuto, da un’altra, più vicina all’argomento per via di studi in questi ambiti, decisamente di meno. Le numerose critiche mosse al film riguardano soprattutto i numerosi errori di stampo squisitamente filologico e archeologico. Nella mia recensione ho volutamente marcato su altri aspetti presenti nella pellicola, entrando nel merito del simbolismo che ruota attorno al racconto di un mito e non di realtà storica. Di conseguenza il film mi è piaciuto e la ricostruzione fatta del contesto storico mi è sembrata molto verosimile, e sottolineo con forza questo termine: verosimile. È chiaro che noi non abbiamo una Delorian per viaggiare nel tempo e andare a vedere com’era il mondo 2700 anni fa, ma dobbiamo affidarci all’archeologia e ai fatti che essa narra. Per questo motivo ho usato quel termine: perché di errori di ricostruzione nel film ci sono, e si vedono.

Nel video che ho inserito è presentata una recensione, anzi, un’ archeorecensione del direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, (http://villagiulia.beniculturali.it/) Valentino Nizzo. Analisi impeccabile, accademica e quindi tecnica. Di nuovo voglio sottolineare il termine: tecnica. Il direttore sottolinea e mostra attraverso i reperti del museo stesso quelli che sono gli errori e le incongruenze del film, rispetto al dato letterario e archeologico. Lungi da me dal mettermi sullo stesso piano di un direttore di museo, soprattutto uno dei più importanti a livello internazionale, ma ci sono dei passaggi che offrono uno spunto di riflessione per giungere a diverse conclusioni.

Prima di procedere però, ricordiamoci una cosa fondamentale: Il Primo Re è un film, non un documentario, un docufilm o l’inizio di una serie tv. È importante ricordare questo fatto. Il direttore come prima “incongruenza” sottolinea la grandissima quantità di fonti scritte che parlano di Romolo e Remo, spiegando come la trama del film ne sia una piccola parte. Si chiede come mai non sia stato inserito tutto il resto. La risposta è scontata, credo: è, ripeto, un film; il tempo è limitato e all’interno di una singola sceneggiatura, far entrare potenziali volumi da centinaia di pagine è pressoché impossibile. Andavano fatte delle scelte e Matteo Rovere ha fatto la sua.

casal del fossoQuesta che vediamo è la tomba numero 1036 del medesimo museo, di Casal del Fosso. Tomba principesca di importanza fondamentale per vedere lo status dei signori della stessa età di Romolo. Il direttore attraverso questa tomba vuole mostrare alcuni oggetti che nel film non sono ricostruiti così fedelmente. Le spade di bronzo anziché di ferro. Le scuri del film che si avvicinano ai reperti, ma tra le quali c’è né una bipenne che non è documentata nel periodo e nel contesto dell’epoca di Romolo. Il contenitore del fuoco sacro della vestale non corrisponde a nessuna forma nota, nonostante abbia delle caratteristiche di metallo-tecnica cipriota. L’errore più grave però, sta nel kardiophylax, ossia nel disco posto sul petto a protezione del cuore. La forma del film è sbagliata: oltre ad essere successivo come età, era di stampo etrusco, e quindi della sponda nord del Tevere, mentre nel Latium Vetus, ossia la sponda sud del fiume, dove stavano i gemelli, era attestata più la forma quadrata. Si sottolinea poi come la scena finale in cui alcuni guerrieri di Alba attaccano Romolo e Remo a cavallo sia irreale e incongruente con la realtà dell’epoca. Questo è vero, difficilmente avremmo visto dei “cavalieri”, e in realtà i reperti ci dicono che questi principi facevano largo uso del carro, come i re micenei dell’Odissea. Ma il direttore sa bene che questa tomba, la 1036, era quasi certamente di un principe, di una figura di conseguenza ricca, importante, che sicuramente avrà avuto un ruolo di rilievo nella sua città e che poteva permettersi beni di quella fattura. Romolo e Remo, pur personaggi di invenzione, sono comunque due pastori. E nella trama del film, intesa come sceneggiatura, fanno parte di un gruppo di fuggiaschi, che erano praticamente schiavi senza alcunché. È vero, derubano i soldati di Alba, e sì, ci sono degli errori comunque evidenti. Ma la storia del film ci parla di schiavi che si sono liberati e sono scappati, è evidente che non potevano vestirli come il principe della tomba del museo.

Un altro errore un po’ madornale che ha fatto il regista con gli sceneggiatori è la scena della sepoltura che fanno i seguaci di Romolo e Remo: depongono il morto in verticale, dentro una fossa, cosa assolutamente sbagliata dato che i defunti, nel Latium Vetus venivano deposti supini, in fosse orizzontali. Remo stesso alla fine viene cremato e, quindi, si parla di urne cinerarie, che erano presenti, ma spesso utilizzate solo dai più ricchi. Domanda: questi errori cambiano la qualità del film? Sono influenti rispetto al simbolismo che si vuole rappresentare? Onestamente no, non credo. Queste sviste archeologiche sarebbero da sottolineare assolutamente con la penna rossa se stessimo parlando di un docufilm o di un documentario di History Channel, ma non tolgono nulla al risultato ottenuto in quanto opera cinematografica.

Andando avanti con le incongruenze archeologiche, si è sottolineato come il film sia troppo “selvaggio”, o meglio, di come sia presente un eccessivo “primitivismo”. Soprattutto evidenziato da due aspetti: il primo è la panoramica della città di Alba con le sue capanne, ricostruite prendendo come modelli le urne cinerarie dette, appunto, a capanna (come nella foto)Urnaacapanna. Si è criticato di come fossero poche, e costruite quasi, potremmo dire, in maniera “superficiale”. Io le ho trovate verosimili e la città di Alba può avvicinarsi a quella fase che gli archeologi definiscono proto-urbana, in cui non ci sono gli elementi per definire una città propriamente detta, ma un agglomerato di strutture abitative come questa.

Il secondo aspetto riguarda effettivamente un altro errore, questa volta grave: il villaggio all’interno della foresta. Premesso che tutta la scena, da quando arrivano a quando partono, serve a sottolineare in maniera forte e decisa la differenza tra i due (uno pio, l’altro blasfemo), è oggettivamente vero che mai avremmo visto, in quel periodo, un villaggio o altre abitazioni ad una quota così bassa, in un acquitrino, o in luoghi dove le esondazioni del Tevere potevano raggiungerlo. Gli insediamenti proto-urbani del Latium Vetus sorgevano sempre su colline o alture naturalmente difese. Quindi quel villaggio nel bosco è sbagliato. Di nuovo, stessa domanda: è importante? Agli occhi di un archeologo pignolo sì, ma nel complesso della storia e di cosa avviene non appare così grave. Questo per esempio, è stato il punto su cui ho più dibattuto con altri studiosi. Per alcuni, un tale errore, vanifica praticamente le cose positive, dato che si basano sul concetto che il film, come ricostruzione, è sbagliato. Io, per essere chiari, sono d’accordo con il sottolineare gli errori e le incongruenze, che ci sono, ma ho invitato più e più volte a riflettere che stiamo guardando un film, un’opera di finzione, destinata ad fine ben preciso, di diletto, e che vuole far emergere uno specifico elemento del mito. 

In conclusione io credo che gli accademici che guardano Il Primo Re, debbano per forza guardarlo tenendo necessariamente conto che non stanno guardando un documentario, o una ricostruzione che parte con il presupposto di essere il più scientificamente accurata, ma che ai loro occhi si presenta un film, un’opera cinematografica, comunque senza precedenti, comunque fatta basandosi su fonti scritte e materiali, comunque frutto di collaborazione tra regista, sceneggiatori, fotografi, costumisti, attori e archeologi. Gli errori presenti non tolgono nulla a quello che il film di Matteo Rovere è: un capolavoro senza precedenti. 

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Carlo Serafini ha detto:

    Buonasera parlerò a nome del mio reparto visto che nel film ho svolto il ruolo di arredatore. Vado subito al dunque:
    riguardo gli oggetti da noi scelti per il film e menzionati nell’articolo posso testimoniare che nulla è stato affidato da noi al caso. Il vaso bronzeo con cui la Vestale reca il Fuoco Sacro è liberamente ispirato ad un oggetto rinvenuto nella tomba Regolini Galassi di Cerveteri risalente al settimo secolo avanti Cristo (nulla di cipriota). Il corredo è ben visibile ai Musei Vaticani. Per ciò che riguarda le capanne sono ispirate a quanto ci è pervenuto (nell’articolo è citato) alle varie tipologie da noi riscontrate nelle urne cinerarie dell’epoca. Per ciò che concerne le armi si è deciso di inserire tra quelle ricostruite basandosi su una attenta documentazione anche qualche arma non precisamente etrusca per suggerire il fatto che le genti già a quell’epoca potevano provenire da altre zone a nord o anche a sud dei territori descritti. Il villaggio in prossimità della palude è stato costruito in una vallicella inondata da acque paludose per una scelta artistica di Regia. L’ambiente era di totale bellezza e talmente primordiale che Matteo Rovere ne è rimasto fortemente colpito. Nei films spesso ci si concentra sulla bellezza fotografica deile locations. Tutto qui, spero di aver chiarito parte delle questioni che giustamente gli storici analizzano quando si va a rappresentare un epopea così antica e peculiarmente storicizzata.
    Distinti saluti Carlo Serafini.

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